Prima della partenza: ansia e adrenalina

Quando la partenza si avvicina sale ansia e adrenalina. In alcuni momenti non riesci a far distinzione. Sono la stessa cosa che sale forte, t’invade e ti dimentichi il mondo, vai in apnea. Non senti voci, non riesci a mettere a fuoco. Tu sei altrove.

Quando senti solo l’adrenalina può essere anche peggio ma è decisamente un’altra storia. Mai percepito il senso di famiglia come in questo Natale.

Quando senti l’ansia diventi invece vigliacca o forse crolli ma questo non è ancora successo. Rimandi i preparativi. Si parto, ma domani! Oppure inizi a fremere proprio come ora.

Manca davvero poco. Lunedì tornerò anche a lavoro e forse l’idea del viaggio si allontanerà per ore come se non fosse vero. Invece lo è.

Sto arrivando Buenos Aires. Sto partendo e la valigia è ancora vuota, credo io.  Sembra invece ci sia uno strato invisibile che nasconde i giorni passati, intensi e indimenticabili, piccole gemme preziose che porto con me. Un progetto senza scaletta ma inizio a sperare e assaporare più realistico di quanto io voglia credere. Idee per la testa, immagini da filmare, microfono ok. Numeri di telefono, contatti. Ho voglia di vedere, scovare, raccontare.

Di guardare quei volti familiare sotto una nuova luce, la loro e con altri occhi, i miei di oggi. Di abbracciare quell’omone tenero e salutare solo con il silenzio chi non c’è più. Lei non ci crederebbe e mai io lo avrei davvero creduto io.

Faccio esercizio con il fuso orario. Qui le 2.37  lì le 22.35. Ho comprato la melatonina, non ho certo intenzione di dormire nella città che non dorme mai.

Domani è il giorno della valigia.  Ansia  e adrenalina sgomitano.

Hola!

Hola!

Basta un hola! in tutto il mondo a rompere il silenzio, a creare confidenza. Un hola! arriva caldo ed è accogliente come una vera casa. Quella casa che non conosci ma sa di familiare. Lontana e decisamente vicina come Buenos Aires.

Buenos Aires è a casa mia da sempre e casa mia è lì ormai da tantissimi anni.

E’ la storia di tantissimi italiani immigrati in Argentina negli anni ’50. Di valige di cartone con biancheria, pentole e grandi speranze, nella stiva di una grande nave salpata da Napoli per un lungo viaggio. Di un porto immenso dopo giorni, giorni e giorni di navigazione.

E’ la storia della mia famiglia, dei miei zii, di mio nonno. Dei suoi fratelli, giovani e bambini, desiderosi con incoscienza e coraggio di scoprire l’America. Quell’America che è arrivata in Italia, a casa mia, negli oggetti, nei racconti. Nelle storie di mia zia, la sorella che ha provato a restarci in Argentina ma poi è tornata. Di mio nonno che per rivedere i suoi fratelli ha attraversato l’Oceano senza aver visto prima il mare dietro casa.

E’ la storia che ti cresce dentro fino a quando non la contieni più. Tu fai parte di lei ma a te non appartiene. E non ti basta. Allora vai a cercarla lì, dove è iniziata, in quel viaggio partito da un piccolo paesino della Provincia italiana verso Casa Buenos Aires.